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AGGRESSIVITÀ E CONFLITTI TRA BAMBINI: QUANDO E COME INTERVENIRE A SCUOLA DURANTE LE ATTIVITÀ DIDATTICHE E DURANTE IL GIOCO

RELATORE: DOTT.SSA ROBERTA MARIOTTI
2 OTTOBRE 2003, RIMINI - 6° CIRCOLO DIDATTICO, SCUOLA MEDIA “BERTOLA” E ISTITUTO COMPRENSIVO DEL FORESE

SINTESI DELL'INTERVENTO

Il processo di crescita dei bambini, dall’infanzia all’adolescenza, rende necessari costanti aggiustamenti nelle modalità di rapportarsi ad essi, coinvolgendo al contempo sia le famiglie che gli insegnanti, entrambi responsabili della maturazione affettiva e psicologica dei loro figli/allievi.
Obiettivo comune, sia della scuola che della famiglia, è dunque quello di compiere scelte e mettere in atto comportamenti che siano costruttivi nei riguardi dei propri ragazzi, senza provocare in loro disagio, ma al contrario favorendone il processo di crescita ed apprendimento valorizzando le loro potenzialità individuali e motivandoli al successo, sia in ambito scolastico che extrascolastico.
L’aggressività dei propri figli/alunni, e la conflittualità di questi con altri bambini o con altre figure, sono situazioni che frequentemente gli adulti, sia in qualità di insegnanti che di genitori, si trovano a dover affrontare. E’ quindi in quest’ottica che si è inserito questo tema all’interno del ciclo di incontri “Dalla famiglia alla scuola, dalle materne alle medie: la continuità educativa nel percorso di crescita del bambino”, con l’intento di fornire ai partecipanti utili indicazioni per poter affrontare in modo efficace e non traumatico per i bambini anche queste situazioni di conflitto.
Talvolta i nostri bambini, soprattutto da piccoli, vivono situazioni in cui si scontrano con i bisogni, i desideri o le necessità degli altri senza possedere però le capacità per gestire tale “scontro” nel migliore dei modi, cosa che crea situazioni di conflitto da cui poi non riescono ad uscire se non aiutati. Per introdurci al tema dell’aggressività e dei conflitti tra bambini è interessante un breve ed emblematico racconto di Schopenhauer che riguarda un gruppo di porcospini che “in una fredda giornata d’inverno, si rifugiano in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini. Ben presto però vengono punti dalle spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta ancora ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra i due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi male reciprocamente”.
Compito primario degli adulti è quindi quello di insegnare ai bambini, anche attraverso la narrazione di questo racconto, l’importanza dell’adattamento reciproco che rappresenta un aspetto essenziale ed ineliminabile del vivere con gli altri e che, anche se talvolta può essere doloroso e comportare qualche sacrificio, alla fine porta vantaggi a tutti coloro che sono coinvolti nella relazione.
Talvolta i bambini diventano aggressivi per dare sfogo alla loro collera, ma spesso l’aggressività manifestata altro non è che l’altra faccia della paura (paura di non essere amati, protetti, accettati, paura di non essere all’altezza, paura di farsi vedere deboli e indifesi, e così via), esorcizzata attraverso il tentativo di assomigliare proprio a coloro che fanno paura. Un modo, infatti, per non essere spaventati è assomigliare a quelli che ci fanno paura, diventare quindi l’aggressore. Oltre a ciò i bambini provano emozioni forti e contrastanti (come amore e odio) che inizialmente non sono però in grado di gestire, e che devono imparare a conoscere per poterne valutare la forza e arrivare a controllare quelle più distruttive. Anche la psicoterapeuta infantile Martha Harris sostiene infatti che “il bambino non può arrivare a controllare l’aggressività e le emozioni negative se non ha avuto la possibilità di provarle, di conoscerle in prima persona. Solo così può valutarne la forza e trovare in sé le risorse per imbrigliarle e utilizzarle per scopi vantaggiosi”.
Aggressività quindi non solo come elemento negativo, ma anche come forza, come una fonte di energia che può essere incanalata per scopi costruttivi, e in questo senso il ruolo dell’adulto appare decisamente fondamentale per insegnare al bambino questa diversa gestione delle proprie forze aggressive.
I bambini più piccoli, in particolar modo, tendono a tradurre subito in azione i propri sentimenti, senza che vi sia quindi intermediazione del pensiero. Anche in questo caso è compito dell’adulto far comprendere loro, attraverso l’esempio, che il pensiero precede l’azione, facendoli riflettere anche sull’idea che ogni azione ha una sua conseguenza e che, se si vogliono evitare conseguenze spiacevoli, occorre riflettere prima di agire.
E’ quindi molto importante che gli adulti (genitori o insegnanti) riservino ai bambini uno spazio per farli parlare di ciò che provano e li aiutino a tradurre in parole le loro emozioni, in modo che imparino a mettere una distanza fra sentimento e azione.
In ogni bambino è celato un piccolo “selvaggio” e l’importante compito degli adulti è aiutarlo a pensare “voglio spaccare la finestra” invece di farlo, perché pensare prima di agire aiuta a conoscere le conseguenze delle proprie azioni.
Aiutare il bambino a costruire (sicurezza, autostima, capacità e competenze sociali…), anziché distruggere, è compito dei genitori e degli insegnanti.
Dobbiamo ricordare, come sostiene Bruno Bettelheim, che i bambini sostanzialmente desiderano disperatamente essere “bravi” e possono essere anche molto rigidi con se stessi e con gli altri se si dimostrano “cattivi”. Come Bettelheim ci ricorda, accade invece spesso che gli adulti, inconsciamente, rafforzino questa frattura con l’ostinato rifiuto a permettere al bambino di sapere che gran parte degli inconvenienti della vita sono originati dalla nostra stessa natura, dalla propensione degli uomini ad agire in modo aggressivo, asociale, egoistico, spinti dall’ira e dall’ansia. Il far credere ai bambini che gli uomini siano intrinsecamente buoni, e che sia sempre sbagliato provare sentimenti “cattivi”, li rende infatti dei mostri ai loro stessi occhi perché sanno di non essere sempre buoni e talvolta, anche quando lo sono, preferirebbero non esserlo, contraddicendo quindi quanto viene loro detto dagli adulti.
Ecco allora che la fermezza dell’adulto nel porre dei limiti al bambino (trasmettendo il messaggio “non ti consento di farmi/fare del male a qualcuno, sono pronto ad affrontare la tua collera per proteggerti”), deve essere necessariamente unita alla rassicurazione rispetto alla possibilità dei sentimenti provati (“è perfettamente normale provare sentimenti molto forti quando si vuole bene ad una persona, si ha paura di poterle far male e di perderla, ci si arrabbia quando si dedica ad altri, ….”).
In qualunque circostanza è comunque importante che il bambino impari a non fare del male agli altri e, se lo fa, a riparare il danno fatto. Questo non solo al fine di insegnargli il corretto modo di rapportarsi agli altri, ma anche per salvaguardarlo dai suoi stessi sentimenti, dal momento che l’essere aggressivo e distruttivo lo fa essere spaventato sia per quello che ha fatto, sia per quello che si aspetta di ricevere come punizione da parte degli adulti. E i bambini possono essere anche molto severi con se stessi, molto più di quanto non riescano ad esserlo gli adulti con loro. A questo proposito ricordo il caso di un bambino, estremamente violento a casa con i fratelli e a scuola con i compagni che, quando un giorno la madre decide di portarlo dal dentista, appena si accorge che il dentista e l’assistente si mettono la mascherina e preparano i ferri, spaventatissimo urla: “vi prego, non uccidetemi”. Ovviamente in quel momento ha pensato che fosse giunta l’ora della punizione.
I bambini che rompono e fanno a pezzi ciò che crea loro frustrazione, all’inizio possono sentirsi in colpa, poi sviluppare la sensazione che il mondo sia rotto, che non ci sia speranza di ripararlo e che non esista nulla di buono che possa sopravvivere.
E’ per questo che il bambino si sentirà non solo sollevato nel trovare qualcuno che gli impedisce di fare del male agli altri, ma anche protetto, perché capirà che se c’è qualcuno pronto a proteggere gli altri, lo sarà anche per proteggere lui. Travolto dalla collera il bambino sente infatti di non riuscire a controllarsi, ed essere bloccato dall’adulto con fermezza gli comunica che ci si preoccupa per lui e che, per il suo bene, si è pronti ad anche affrontare la sua collera.
I bambini sono influenzati non solo da come ci comportiamo con loro, ma anche da come consentiamo loro di comportarsi con noi. Per questo motivo è importante che l’adulto mostri fin dalle prime volte fermezza ed autorevolezza non consentendo al bambino di comportarsi con lui in modo inadeguato; come recita un detto spagnolo infatti “la prima volta che mi offendi è colpa tua, la seconda è mia responsabilità perché te l’ho permesso”. Nell’educazione dei bambini coerenza, costanza e ripetizione risultano infatti sempre più efficaci di qualunque imposizione.
Le buone maniere e le convenzioni sociali non sono solo un fatto superficiale, ma riguardano i rapporti con gli altri, ed è dunque essenziale che i bambini imparino a comportarsi bene in compagnia, per il semplice motivo che se non lo fanno nessuno vorrà poi stare con loro. Compito degli adulti è quindi quello di far comprendere ai bambini l’importanza dello stabilire dei legami con gli altri, anche a patto di dover fare qualche rinuncia sul piano dei propri desideri o delle proprie esigenze.
Una buona lettura, utile per aiutare i bambini in questa comprensione, è un brano tratto dal Piccolo Principe di A. Saint Exupery in cui viene narrato l’incontro del principe con la volpe. Chi ha letto il libro ricorderà che il piccolo principe desidera giocare con la volpe che ha appena incontrato, ma la volpe gli risponde che non può perché non è addomesticata. Di fronte allo sconcerto del piccolo principe, che non comprende ciò che la volpe gli sta dicendo, questa gli spiega allora che essere addomesticata significa “stabilire dei legami”, e che se si vuole un amico occorre addomesticarlo, quindi imparare proprio a creare dei legami.
Non solo la famiglia ma anche la scuola, che rappresenta un laboratorio sociale per eccellenza, può intervenire sui conflitti con l’obiettivo di realizzare forme compatibili di convivenza sociale. Insegnare ai bambini a relazionarsi con gli altri è compito infatti anche della scuola, che ha come missione quella di crescere i futuri cittadini.
Se è infatti impossibile evitare l’instaurarsi di conflitti nella scuola, in quanto questi appartengono all’esperienza quotidiana di tutti gli individui e sono pertanto ineliminabili, è possibile però imparare a gestirli in modo più funzionale ed efficace.
I conflitti possono operare a tre livelli:
- intrapersonale, quindi all’interno della persona stessa, ogni qualvolta si devono effettuare delle scelte tra bisogni, desideri o doveri differenti ed incompatibili (ad esempio “guardo la tv o faccio i compiti?”);
- interpersonale, quando due persone sono in disaccordo, perché hanno esigenze e obiettivi differenti (ad esempio quando un bambino strappa di mano la penna ad un compagno e gli dà fastidio prendendolo in giro per un futile motivo);
- intergruppo, che si verifica in casi di dispute fra gruppi diversi.
Gestire i conflitti significa quindi gestire sentimenti ed emozioni discordanti, sia che appartengano ad un’unica persona che a più persone o a gruppi. Maggiore è l’interdipendenza o il legame affettivo tra le persone e maggiore è proprio la probabilità di innescare conflitti. Elemento fondamentale per la loro gestione resta comunque il saperne riconoscere la tipologia, così da scegliere poi la modalità più efficace di intervento.
Talvolta, sia in caso di azioni aggressive che di conflitti mal gestiti, è necessario fermare i bambini e talora anche sgridarli, facendo però molta attenzione a trasmettere il messaggio “la tua azione è sbagliata e quindi devo impedirti di portarla avanti” e non “tu sei un bambino cattivo, sbagliato, perché fai questo”. Il bambino deve comprendere le ragioni della punizione o della sgridata, deve capire di aver sbagliato, ma deve anche essere rassicurato sul fatto che, nonostante questo, l’affetto e il supporto della sua famiglia o dei suoi insegnanti non verranno a mancare.
Nella nostra cultura il termine conflitto è spesso associato ad immagini dolorose e sgradevoli come scontro, disagio, combattimento, spreco di energie e di tempo e poco si considera invece che ogni conflitto dà l’opportunità di creare conoscenza e apprendimento.
Anche il conflitto quindi, come già detto per l’aggressività, non è di per sé negativo, mentre può esserlo il suo esito. Dal momento che quest’ultimo dipende dalle capacità che ognuno di noi ha di gestire situazioni conflittuali, e che i bambini spesso non possiedono tali capacità, è compito dell’adulto insegnare loro come gestirle al meglio, traendo da queste spunti positivi di riflessione e di insegnamento. Sempre più spesso le famiglie tendono invece a proteggere i loro figli cercando di evitare loro ogni tipo di conflitto, intervenendo talvolta al loro posto, ma questo, sebbene fatto con le migliori intenzioni, non li aiuta a crescere, a sfruttare le proprie risorse, e ad apprendere ad affrontare situazioni simili anche al di fuori del controllato ambiente familiare.
Lo stesso Diderot ci insegna d’altra parte che “la critica e la contraddizione sono il sale del progresso scientifico e conoscitivo”.
Nella gestione dei conflitti e, più in generale, di tutte le situazioni problematiche è bene evitare alcuni passi falsi che spesso, anche inavvertitamente, vengono commessi.
Talvolta infatti non si interviene quando si dovrebbe, come nel caso in cui si consenta al bambino di mantenere un comportamento prepotente o irrispettoso nei confronti della famiglia, dei compagni o di qualunque altra persona, creando così le premesse per crescere un bambino incapace di socializzare e di rapportarsi con gli altri come invece dovrebbe.
Altre volte invece si interviene quando non si dovrebbe, ad esempio quando genitori ed insegnanti si intromettono fra dispute di bambini che potrebbero tranquillamente risolversi da sole, o quando la famiglia interviene in normali momenti di conflittualità fra il bambino e i propri insegnanti. Così facendo, come già detto, pur con le migliori intenzioni si creano bambini incapaci di cavarsela da soli, incapaci di gestire autonomamente situazioni analoghe che si ripresentano in assenza di figure adulte che intervengono in loro difesa.
Anche agire su un livello sbagliato può trasformare una semplice difficoltà in un problema. Ciò capita ad esempio nel caso in cui gli insegnanti, allarmati da una prima difficoltà relazionale di un loro alunno, coinvolgono subito la famiglia, prima ancora di aver tentato di risolvere la situazione con il bambino. Questo modo di agire, anche se in buona fede, può contribuire a creare un “caso” dove c’è solo una difficoltà, e ad ingigantire quindi una situazione che certamente richiede attenzione da parte degli insegnanti, ma che può essere facilmente superabile agendo ad un livello diverso.
Si agisce su un livello sbagliato anche quando si entra in conflitto con il proprio figlio perché non vuole fare i compiti. In questo caso aspettarsi che i bambini amino studiare, ed insistere per cercare di convincerli della bellezza e dell’utilità dello studio non porta a nessun risultato. Molto più utile è invece concordare con loro sul fatto che in effetti talvolta lo studio è difficile, anche noioso, che è normale desiderare a volte di fare altro ma che questo non è possibile, che studiare è il loro compito attuale e per questo imprescindibile.
Infine, spesso si continua ad applicare la stessa soluzione che non ha dato risultati, insistendo ad esempio con continue esortazioni, o con minacce di punizioni, anche se queste non ottengono effetti positivi. In questo caso molto più utile e funzionale risulta l’abbandono della soluzione tentata fino a quel momento e l’introduzione di una diversa strategia, che possa anche sorprendere il bambino. Un esempio emblematico in questo senso ci viene da Milton Erickson, psicoterapeuta e maestro dell’ipnoterapia e della comunicazione suggestiva, che racconta il problema con il proprio figlio di 4 anni che, come molti bambini della sua età, non amava mangiare le verdure. Le continue esortazioni (“fai il bravo, mangia le verdure che ti fanno crescere, che ti fanno bene…”) non avevano alcun effetto e tutti i giorni a tavola si ripeteva quindi questa “lotta” con il bambino, fino a che un giorno Erickson proibì alla moglie di servire le verdure al figlio, dicendo in tutta tranquillità “in effetti è troppo piccolo per mangiare le verdure, non glie le dare più”. Questa comunicazione, che lasciò inizialmente il bambino stupito, cambiò il quadro della relazione che si era stabilita fino ad allora, tanto che dopo qualche giorno il piccolo chiese alla mamma “sono diventato abbastanza grande per mangiare le verdure?”. In questo caso, come in molti altri, l’abbandono delle soluzioni infruttuose e il cambiamento di strategia, unito ad una corretta modalità di comunicazione, porta alla risoluzione in breve tempo delle difficoltà o delle situazioni problematiche.
Al termine dell’incontro, come consuetudine, sono state presentate esemplificazioni di casi concreti ed è stato lasciato ampio spazio alla discussione con i partecipanti così da dare risposta alle loro domande, fornire eventuali chiarimenti e confrontarsi con le loro personali esperienze.