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RICONOSCERE E GESTIRE DIFFICOLTA' E PROBLEMATICHE CHE POSSONO INSORGERE NEI FIGLI DURANTE L'INFANZIA E L'ADOLESCENZA
13 NOVEMBRE 2003, RIMINI - 6° CIRCOLO DIDATTICO CASTI

RELATORE: DOTT. ANDREA FIORENZA, CENTRO DI TERAPIA STRATEGICA DI BOLOGNA

SINTESI DELL'INTERVENTO

Lavorare con i problemi dei bambini e degli adolescenti è una delle cose più difficili che un adulto possa affrontare perché, come sottolineato anche nel precedente incontro dalla dottoressa Valer, richiede innanzitutto flessibilità al cambiamento, cosa che non sempre gli esseri umani, e gli adulti in particolar modo, hanno.
I bambini in evoluzione sono infatti sistemi in continua trasformazione, come in continuo cambiamento sono anche i problemi che loro, così come le famiglie di appartenenza, devono di volta in volta affrontare. Utilizzando una metafora, come Alice nel paese delle meraviglie beve la pozione magica e cresce mentre la casa rimane piccola, così anche i ragazzi crescono e con loro anche i problemi e le difficoltà, ed il rischio è che la mancanza di flessibilità degli adulti faccia restare invece immutata la famiglia, che comincerà quindi ad “andar loro un po’ stretta”.
L’essere flessibili rispetto ai problemi che i bambini o gli adolescenti ci pongono e alle soluzioni che riusciamo a trovare ci permettono quindi di agire in modo pragmatico ed efficace, mentre la rigidità non fa altro che aumentare notevolmente i problemi degli stessi ragazzi.
Il presupposto da cui partire e che occorre innanzitutto precisare è che non esistono bambini cattivi o “malati”, ma esistono solo relazioni disfunzionali, vale a dire comportamenti nella relazione, ed in particolare da parte dell’adulto, che non funzionano nel modo migliore. Talvolta questo non viene considerato o viene dimenticato, imputando tutta la responsabilità dei loro problemi agli stessi bambini, come se gli adulti non fossero parte integrante della relazione e quindi anche del problema. Questi ultimi dovrebbero invece pensare che molto spesso le difficoltà dei ragazzi sono proprio originate da una serie di tentativi che gli adulti mettono in atto allo scopo di risolverle e che il più delle volte non solo non sono risolutivi, ma addirittura le alimentano e talvolta le peggiorano. In termini tecnici si parla in questo caso di tentate soluzioni disfunzionali.
Come già detto anche nel corso degli incontri precedenti, vi sono tre modi attraverso cui gli adulti possono, involontariamente, trasformare un’iniziale difficoltà dei bambini/ragazzi in un vero e proprio problema:
- intervenendo quando non dovrebbero intervenire;
- non intervenendo quando dovrebbero farlo;
- intervenendo in maniera sbagliata.
In questa occasione, per rendere ancora più chiari i concetti già esposti, sono state presentate dal dott. Fiorenza esemplificazioni concrete relative a ciascuna delle tre situazioni sopraccitate.
Per quanto riguarda l’intervenire quando non si dovrebbe, capita di sovente ad esempio che nei casi di fobia scolare (riluttanza e rifiuto della scuola da parte del bambino, manifestati talvolta anche con la comparsa di sintomi fisici come mal di testa, mal di stomaco, etc.) gli adulti cerchino innanzitutto di individuare una causa di ciò all’interno del bambino, considerandosi come estranei al problema. Si è visto invece che, in gran parte dei casi, la fobia scolare si viene a costituire proprio in relazione ad un particolare tipo di interazione che si instaura tra il bambino e uno dei due genitori (il più delle volte la madre).
Generalmente tutto parte da una paura del genitore, ad esempio la madre, e da un suo stato di ansia rispetto alla possibilità che il figlio possa avere all’inizio della scuola qualche problema; proprio sulla base di questo capita spesso che la madre cominci a mettere in atto tutta una serie di azioni preventive allo scopo di prevenire/evitare queste possibili difficoltà. Una delle cose che viene fatta è ad esempio quella di andare alla ricerca della scuola migliore, in cui il figlio fragile e sensibile possa essere accolto al meglio e senza traumi, e facendo ciò la madre generalmente parla anche con le insegnanti allo scopo di informarle delle caratteristiche particolari del proprio figlio. In questo modo però, anche se involontariamente, non farà altro che allertarle prima che ce ne sia stata l’effettiva necessità, portandole ad esempio a pensare “ecco un altro caso difficile” ancor prima che queste abbiano effettivamente visto il bambino. Ciò inevitabilmente influenzerà l’atteggiamento delle insegnanti al momento dell’inserimento, portandole a comportarsi con il bambino come se questo fosse effettivamente problematico.
Oltre a ciò la madre inizia generalmente a tranquillizzare il bambino, a rassicurarlo con frasi come “stai tranquillo, non ti preoccupare, non ti succederà nulla, vedrai che la scuola sarà un bell’ambiente, le insegnanti saranno carine…”, ancora prima però che il bambino abbia manifestato alcuna preoccupazione. Anche questo atteggiamento, involontario, contribuirà a creare un problema dove ancora non esiste dal momento che il bambino, vedendo la madre così preoccupata a rassicurarlo, comincerà a pensare che forse allora c’è davvero qualche cosa da temere nell’iniziare ad andare a scuola.
In questi casi emerge poi talvolta la diversa posizione del coniuge nei confronti del presunto problema, dal momento che questo, anche per rassicurare la madre così allarmata, assumerà una posizione più serena, più distaccata e meno allarmistica, scontrandosi però con la visione della donna e creando in casa un clima di tensione.
A tutto questo, reiterato nel tempo durante i mesi antecedenti l’inizio della scuola, si aggiungono poi le varie rassicurazioni la notte prima e la mattina dell’inizio della scuola, l’ansia della madre nel lasciare il bambino da solo nelle mani della maestra e così via, tutti fattori che concorreranno a generare ansia anche nel bambino, il quale presumibilmente scoppierà a piangere e non vorrà staccarsi dalla madre. A questo punto se le insegnanti acconsentiranno alla madre di riportarlo a casa non faranno altro, anch’esse involontariamente, che confermare al bambino che nello stare a scuola c’è effettivamente qualche cosa da temere, che il suo piangere e la sua ansia sono giustificati. Questo, unitamente alle rassicurazioni e alle coccole da parte della madre, creerà un circolo vizioso rinforzando il comportamento di disagio del bambino (che alla fine scoprirà anche il vantaggio del fare i capricci, dell’essere coccolato e di poter evitare così la scuola), determinando quindi l’inizio di una vera e propria fobia scolare, che si manifesterà con il rifiuto di andare a scuola e anche con eventuali somatizzazioni (mal di pancia, mal di testa, vomito, etc.).
In questo caso il comportamento messo in atto dagli adulti e teso a rassicurare il bambino al fine di evitare preventivamente possibili disagi non farà altro in realtà che creare il problema ancor prima che si sia manifestata la minima difficoltà.
Anche nel caso in cui ci siano effettivi problemi di inserimento scolastico, la cosa migliore da fare da parte degli adulti è comunque quella di non drammatizzare, di non farsi vedere in ansia, di comportarsi come se il problema non ci fosse evitando di trasmettere ansia ed agitazione al bambino confermandogli così indirettamente i suoi timori.
Altre volte gli adulti possono involontariamente contribuire a creare i problemi dei ragazzi non intervenendo quando invece dovrebbero farlo. E’ questo il caso in cui il bambino manifesta effettive difficoltà (ad esempio difficoltà di apprendimento scolastico, o difficoltà psicologiche di vario genere) che non vengono però trattate in modo adeguato oppure il cui trattamento viene rimandato, talvolta perché la famiglia tiene maggiormente a mantenere la facciata sociale di “famiglia modello senza problemi” piuttosto che alla risoluzione della difficoltà del bambino, oppure perché semplifica e sottovaluta l’effettiva difficoltà (è tipica la frase “tanto anche io da piccolo ero così”, “è ancora piccolo, c’è tempo, magari il problema passa da solo”).
In questi casi il rivolgersi ad uno specialista per avere un parere da parte di una persona competente in materia, senza creare però inutili allarmismi in famiglia, è fondamentale per valutare l’eventuale presenza di un effettivo problema ed iniziare su questo un intervento precoce, evitando così che si protragga nel tempo e possa diventare più rilevante ed impedente per la vita del bambino.
Il terzo caso in cui gli adulti possono commettere errori è quando intervengono, ma in modo sbagliato. Questo è il caso in cui gli adulti cercano una possibile soluzione ad un problema e, anche se questa non sortisce alcun effetto, continuano ad applicarla ripetutamente invece di cambiarla. Ad esempio quando il bambino si succhia il pollice e i genitori vogliono fargli perdere l’abitudine, generalmente all’inizio gli chiederanno semplicemente di smettere di farlo. Se questo però non ottiene alcun effetto gli adulti cercheranno altri modi di far rispettare questa regola, ma tanto più lo faranno continuando in questa stessa direzione, tanto più il bambino cercherà di trasgredire. Tutti i tentativi fatti in genere dagli adulti, sebbene apparentemente diversi e di “intensità” sempre maggiore, tendono infatti a ricadere sempre nella stessa categoria dell’impedire al bambino di succhiarsi il pollice (dallo spiegargli le motivazioni per cui non deve farlo allo sgridarlo quando lo fa, fino ad arrivare al punirlo), ed è molto probabile che in questo caso nessuno di questi otterrà alcun successo. In tali circostanze occorre quindi smettere di applicare ripetutamente la stessa categoria di tentate soluzioni disfunzionali, e scegliere di seguire invece una strada completamente diversa, quale ad esempio quella di chiedere paradossalmente di fare proprio ciò che non vorremmo che venisse fatto. In questo caso si potrebbe dire al bambino “se ti succhi solo il pollice le altre dita poi ci rimangono male, sono gelose, quindi ora ogni volta che ti succhi il pollice ti devi succhiare anche tutte le altre dita per 5 minuti ciascuna, così anche loro sono contente”. Questa richiesta verrà inizialmente accettata dal bambino perché gli si chiede di continuare a fare ciò che ha sempre fatto e anzi di farlo ancora di più, ma avrà poi come effetto quello di togliergli tutto il piacere di compiere il gesto in quanto non più spontaneo ma ripetitivo e noioso.
Per gli insegnanti una situazione analoga si può invece presentare nei casi di mutismo elettivo, in cui un bambino parla selettivamente solo con le persone di famiglia e con nessun altro al di fuori di questa. In queste circostanze usualmente gli insegnanti applicano tutta una serie di tentativi che rientrano nella categoria “fare di tutto affinché il bambino parli”: lo coinvolgono in attività di gruppo, gli assegnano ruoli o compiti particolari in classe, lo tengono vicino a sé, cercano di scoprire la causa del problema chiedendone al bambino il perché, fanno in modo che i compagni vadano da lui e cerchino di farlo parlare, e così via. Si innescherà così un circolo vizioso in cui quanto più il bambino non parlerà tanto più gli insegnanti cercheranno di farlo parlare, e tanto più il bambino continuerà a non parlare. Anche in questo caso l’intervento che riesce a sbloccare la situazione va cercato al di fuori di questa classe di tentate soluzioni disfunzionali, e consiste nello smettere innanzitutto di chiedergli di parlare ed iniziare invece a commettere con il bambino una serie di errori sistematici (per esempio sbagliare il suo nome, i colore della sua maglia, e così via) senza aspettare che lui ci corregga e senza dargliene la possibilità (per esempio continuando a svolgere un’attività mentre si commette l’errore, oppure voltarsi e andare via, etc.). In questo modo si crea nel bambino la volontà di parlare per correggere l’errore commesso ma la si frustra non dandogliene la possibilità immediata, con il risultato di aumentarla ancora di più, cosa che fa sì che ad un certo punto il bambino senta il bisogno irrefrenabile di correggere l’adulto, e per farlo dovrà necessariamente parlare. Una volta accaduto l’adulto dovrà però fare attenzione a non cadere nella tentazione di dire cose come “Bravo! Hai visto che hai parlato?!?” o “Ma allora ce l’hai la lingua!”, perché questo farebbe soltanto ritornare la situazione come prima, e dovrà invece continuare a “fuggire”: quanto più il bambino lo inseguirà per correggerlo tanto più dovrà per un certo periodo continuare a “scappare” alimentando sempre di più questa frustrazione, considerando come normali, come se ci fossero sempre stati, i tentativi del bambino di parlare che aumenteranno giorno dopo giorno.
Anche nel caso di bambini che provocano gli insegnanti (facendo versi in classe, dicendo parolacce, facendo costantemente i pagliacci, e così via) al punto da farli innervosire e perdere il controllo, è particolarmente efficace innanzitutto l’interruzione delle tentate soluzioni messe in atto fino a quel momento (richieste di smettere, rimproveri, punizioni…), e in secondo luogo l’assunzione di una posizione contraria a quella precedente facendo al bambino una dichiarazione di questo tipo: “scusami se fino ad ora ti ho rimproverato, ma non avevo capito che tu con il tuo comportamento in realtà mi stai aiutando, perché grazie al tuo comportamento tutti i tuoi compagni all’inizio ridono ma dopo stanno attentissimi per almeno mezz’ora. Quindi il fatto che tu faccia lo sciocco mi aiuta a farli scaricare e poi a farli stare buoni e attenti. Per questo motivo ho bisogno che tu continui a farlo, e anzi, ti chiederò proprio io di farlo quando mi servirà: quando vedrai che io farò di nascosto questo gesto (e se ne concorda uno ben identificabile) tu inizierai a fare il buffone”. Così facendo l’adulto stupirà il bambino facendogli una richiesta diversa dal solito e prenderà il controllo della situazione chiedendogli di mettere in atto il comportamento disturbante stabilendone però i tempi: ciò toglierà inoltre al bambino ogni piacere e divertimento nel “fare il buffone” perché questo non sarà più un comportamento spontaneo e soprattutto non sortirà più l’effetto di provocazione voluto, dal momento che gli viene richiesto in quanto utile all’insegnante e all’intera classe (anche se ciò ovviamente non è vero). Questa strategia (definita “connotazione positiva del comportamento” unita ad una “prescrizione del comportamento disturbante”) applicata con costanza più volte nell’arco della mattinata scolastica e per vari giorni, preferibilmente da tutte le insegnanti della classe, ed utilizzando le corrette modalità comunicative, farà sì che il bambino arrivi infine a rifiutarsi di “fare il buffone” a comando perché la cosa non lo divertirà più, e così facendo metterà però fine al comportamento disturbante.
Pur senza entrare nel merito della metodologia strategica, ampiamente descritta nei vari testi pubblicati, è stato infine nuovamente sottolineato come sia importante focalizzarsi non sempre e solo sul bambino, ma prendere in considerazione anche il sistema di rapporti in cui questo vive, le sue modalità di comunicazione e di relazione con le altre figure adulte unitamente ai comportamenti e alle soluzioni da queste tentate per affrontare determinate situazioni e che, invece di risolverle, possono aver involontariamente contribuito a mantenere il problema.
Talvolta infatti basta riflettere su questi aspetti e mettere in atto poche ed apparentemente semplici azioni per evitare che una iniziale difficoltà si trasformi in un reale problema o per sbloccare una situazione problematica ormai da tempo consolidata e dalla quale sembra difficile uscire.
Al termine dell’intervento è stato, come di consueto, lasciato spazio agli interventi dei partecipanti e al confronto di questi con il relatore al fine di chiarire i contenuti emersi nel corso della serata o affrontarne altri non direttamente trattati.