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IL RUOLO DEI GENITORI NELLA CRESCITA PSICOLOGICA DEL BAMBINO, NELLA COSTRUZIONE DEI LIMITI, NELLO SVILUPPO DI AUTONOMIA E DI RISORSE PERSONALI

3 GIUGNO 2003, RIMINI - 6° CIRCOLO DIDATTICO SCUOLA MEDIA “BERTOLA” E ISTITUTO COMPRENSIVO DEL FORESE

RELATORI:
DOTTORESSA TIZIANA VALER, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA, UNITÀ OPERATIVA DI PSICOLOGIA E N.P.I., AUSL DI RIMINI
DOTTORESSA ROBERTA MARIOTTI, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA, CENTRO DI TERAPIA STRATEGICA DI RIMINI

SINTESI DELL’INTERVENTO

L’incontro si è aperto innanzitutto con una rassicurazione rivolta ai genitori riguardo alle loro capacità e potenzialità educative. Da parte di fonti diverse (specialisti, riviste, televisione…) vengono infatti date alle famiglie sempre più numerose informazioni, spesso tra loro contrastanti, relative alle corrette modalità di educazione dei figli, con il solo risultato di creare nei genitori confusione e sfiducia riguardo alle proprie capacità genitoriali. Obiettivo dell’incontro della serata non voleva essere quindi quello di fornire “ricette” o “griglie di comportamento precostituite” al fine di insegnare alle famiglie come essere “buoni genitori”, quanto piuttosto l’offrire ai partecipanti suggerimenti e spunti che potessero divenire oggetto di considerazione e di riflessione. Proprio a tal proposito al termine dell’incontro è stato previsto un ampio spazio dedicato alla chiarificazione dei concetti esposti durante la relazione, e al confronto e alla discussione con i partecipanti.
Obiettivo primario di ogni genitore è senza dubbio quello di riuscire a crescere figli sani, fiduciosi, sereni e in grado di cavarsela da soli nella vita. Occuparsi dei bambini non è comunque un compito semplice e richiede innanzitutto il non essere possibilmente soli a farlo, condividendo invece questa esperienza con un’altra persona - che può essere il padre così come la nonna, la zia o un’altra figura - che si prenda cura del bambino assieme al genitore che lo accudisce maggiormente (solitamente la madre). Anche nel caso di genitori separati è necessario e di fondamentale importanza che ci sia quindi accordo e condivisione degli adulti riguardo alle modalità educative del figlio, cosicché questo continui a percepire di avere ancora due genitori, anche se separati, e non uno solo.
Il bambino alla nascita è biologicamente dipendente, e manifesta il tipico comportamento di attaccamento al genitore (generalmente con il pianto) nei casi in cui prova dolore, paura, insicurezza legata al timore di non avere la mamma vicina, o quando si trova sotto sforzo. Tale attaccamento si manifesta nel primo anno di vita prevalentemente verso uno solo dei due genitori, solitamente la madre, che in queste situazioni di disagio del piccolo accorre in suo aiuto e lo consola (con una carezza, con un abbraccio), rassicurandolo con la sua presenza. Secondo lo psicoanalista J. Bowlby fin dai primi giorni di vita del bambino possono determinarsi tra questo e la madre 3 diverse tipologie di attaccamento:
- attaccamento buono, in cui il bambino si sente sicuro del rapporto con la madre, appare sereno e manifesta un comportamento giocoso;
- attaccamento minaccioso, in cui il bambino non ha piena sicurezza del rapporto con la madre e manifesta comportamenti di gelosia, di angoscia e di rabbia;
- attaccamento interrotto, in cui la relazione con la madre per svariati motivi viene interrotta, e il bambino manifesta angoscia e dolore.
Nel caso in cui manchino una o entrambe le figure genitoriali si parla invece di attaccamento vicariante, dal momento che il bambino troverà comunque altre figure di attaccamento sostitutive.
A seconda del tipo di relazione di attaccamento che si viene a stabilire, il bambino percepirà quindi emozioni diverse, soprattutto in situazioni di disagio o di difficoltà, sentendosi più o meno sicuro e tranquillo: tanto più l’attaccamento sarà buono, tanto più positive saranno le emozioni percepite. L’esperienza vissuta dal bambino in questa prima relazione di attaccamento determinerà poi in seguito il tipo di attaccamento e la qualità delle sue relazioni successive con altre persone che non siano la madre.
Compito principale dei genitori, e in particolar modo della madre per i primi mesi di vita del bambino, è dunque quello di porre le basi affinché si crei con lui un buon attaccamento, una base salda e sicura da cui il bambino possa partire per poi allontanarsi e fare le sue esperienze ed “esplorazioni” del mondo extra-genitoriale.
Prendendo ancora in esame la relazione madre-bambino, dal momento della nascita inizia tra i due membri della coppia una naturale e spontanea attività di modulazione, di accordo, di rispetto dei reciproci tempi, in cui è però il bambino che dirige il dialogo e la relazione, mentre la madre resta nell’attesa di cogliere i suoi segnali. Più sarà buono questo contatto iniziale, maggiore sarà la possibilità, in termini predittivi, che si sviluppi una relazione tra madre e figlio caratterizzata da un buon attaccamento.
Questa sintonia tra madre e figlio si manifesta anche al momento della suzione, in cui c’è comunque un dialogo fatto di gesti, di carezze, di contatto fisico e di attesa e rispetto dei tempi del bambino.
Tale accordo ed intesa con il bambino potranno essere mantenuti anche più avanti, nel corso dei suoi primi anni di vita, se la madre sarà attenta ai dettagli del comportamento del proprio figlio così da potersi accordare con lui e poter continuare a “guardare nella stessa direzione”. Tutto questo è possibile solo se si dedica del tempo al bambino, manifestando un reale interesse verso ciò che interessa a lui, verso ciò che lo incuriosisce, che lo attrae o che lo spaventa: in questo caso non è la quantità, bensì la qualità del tempo trascorso con il proprio figlio a diventare un elemento di fondamentale importanza. Creare con il bambino “nuclei di interesse comune” lo fa infatti sentire più sereno, sicuro, rinforzato dal fatto che la madre è lì con lui, attenta ed interessata, che sta facendo la sua stessa esperienza.
Tale esperienza di condivisione è importante non solo per il bambino piccolo ma anche per il ragazzo adolescente, anche se in questo caso, data la delicatezza di questa fase di crescita, è ancora più importante che non sia il genitore ad imporla: compito del genitore è anche in questo caso restare in vigile attesa, aspettando che sia il proprio figlio ad esprimere tale richiesta, spesso velata e non dichiaratamente manifesta, per poi mostrarsi interessato, attento e disponibile.
Sintetizzando il pensiero di Bowlby “compito di un genitore è fornire una base sicura da cui un bambino, o un adolescente, possa partire per affacciarsi al mondo esterno, e a cui possa ritornare sapendo per certo di essere il benvenuto, di essere nutrito sul piano fisico ed emotivo, ed avere la possibilità di essere confortato se triste e rassicurato se spaventato”.
Tutto ciò non significa essere però accondiscendenti e dire sempre sì: compito del genitore è infatti anche quello di saper porre dei limiti, saper dire no quando necessario motivando sempre tale decisione, e mostrando autorevolezza ma non autorità.
Più le madri, o i padri, avranno intessuto con i loro bambini una relazione positiva, più questi avranno la possibilità, nel relazionarsi con persone sconosciute, nell’affrontare compiti nuovi o situazioni difficili, di avere successo e di affrontare tali esperienze con serenità e tranquillità.
Può capitare che in particolari momenti della loro vita bambini cresciuti, ma anche adolescenti, abbiano momenti di “regressione”, tornando ad assumere atteggiamenti tipici di età precedenti (per es. succhiarsi il dito per i bambini grandi, o voler essere coccolati per gli adolescenti). Questi comportamenti, se momentanei e non sistematici, sono funzionali e da non considerare patologici. Nel caso dell’adolescenza occorre anche in questo caso lasciare che siano i figli a cercare il contatto, lasciare che siano loro a gestire questi momenti di regressione, in modo che percepiscano i genitori come una base sicura a cui poter tornare sempre, piuttosto che come persone assillanti, invadenti e soffocanti. La presenza e l’attenzione dei genitori, il momento di intimità o di coccole devono quindi non essere imposti e pretesi, bensì devono essere una risposta ad una richiesta che parte dall’adolescente.
Per una buona educazione dei figli poche parole, dette al momento giusto, rispettando i loro tempi, sono quindi di fondamentale importanza, ma ancor più importanti sono gli atteggiamenti ed i comportamenti assunti dagli stessi genitori in risposta alle azioni dei propri figli: questi devono infatti poter avere buoni esempi dai loro genitori, esempi che valgono più di mille parole.
Un errore che talvolta accade nella relazione genitore-figlio, e che va invece assolutamente evitato, è una sorta di inversione di ruoli che si determina in particolari condizioni, ad esempio quando il genitore è depresso, malato, o sta affrontando un periodo particolarmente difficile. In questi casi può capitare che i genitori si aspettino dai propri figli di essere curati o, comunque, di ricevere da loro particolari attenzioni. Questa inversione della relazione, in cui il figlio diventa “genitore” e il genitore diventa “figlio”, porta solo ad una sensazione di impotenza in entrambi: il genitore infatti si percepisce impotente, perché non è in grado di aiutare il proprio figlio; il figlio dal canto suo percepisce l’impotenza del genitore, si sente potente nel poterlo aiutare quando in realtà non lo è, e finisce quindi per provare anch'esso impotenza. I ruoli devono quindi essere sempre mantenuti, e anche in situazioni difficili il genitore deve continuare ad essere tale e deve salvaguardare il proprio figlio, facendosi aiutare ed accudire in caso di bisogno non da questo ma dal proprio partner.
In sintesi, l’esempio e non il precetto (quindi poche parole dette al momento giusto e molti esempi), la discussione e non “l’istruzione”, e il cercare di essere attenti, sensibili, e comunque in apprendimento continuo, sono buoni principi di base da cui partire per svolgere con successo il non sempre facile “mestiere” del genitore.
Come consuetudine al termine della relazione è stato lasciato ampio spazio alla discussione con i partecipanti così da dare risposta alle loro domande, fornire eventuali chiarimenti e confrontarsi con le loro personali esperienze.